Soldi e Cultura: lo strano “snobismo” degli intellettuali

Soldi e Cultura: lo strano “snobismo” degli intellettuali

16 Set, 2026

“Tutto ciò che incontro (una persona, un libro, una storia, due occhi) e che si annida proprio lì, proprio solo dove le parole riescono ad arrivare. Nella convinzione che solo scrivendone alcune cose siano in grado di prendere una forma o, forse, un senso.”

Lo giuro, avrei voluto inaugurare diversamente la nuova stagione sul blog dopo la pausa estiva.

Avevo pensato a tutt’altro: cose di cui scriverò, certamente, ma che sono state soppiantate da un pensiero ingombrante che ho potuto estirpare solo scrivendone.

Il fastidio è ricomparso qualche sera fa a Milano quando, nel corso della presentazione dell’ultimo romanzo di uno scrittore di tendenza, il medesimo scrittore è inciampato in codesta affermazione ” il lavoro manuale o quello di chi la mattina si reca in ufficio, quello sì che è un lavoro vero, mica come la scrittura…”

Dietro quella che all’apparenza sembrerebbe una frase innocua, quasi ironica, si cela tutto lo snobismo di una certa categoria di intellettuali, quelli che si nascondono dietro l’idea che la scrittura, in quanto forma d’arte, non abbia nulla a che fare con il vile denaro e che sia, al contrario, un esclusivo e totale afflato dell’anima.

Da quella sera, un paio di domande non hanno smesso di farsi strada nell’intricato groviglio dei miei pensieri.

Perchè non riusciamo a considerare le attività intellettuali come una professione?

Perchè, in altre parole, parlare di soldi fa così schifo?

***

C’è un’immagine che appare estremamente difficile da scardinare: quella dell’intellettuale tormentato e solitario, in continua lotta tra la sopravvivenza e l’arte, tra il cinismo della routine e la necessità di assecondare la propria vocazione anche a costo di una vita a dir poco insidiosa.

Ma dietro a quello che appare sempre più come l’ennesimo stereotipo di cui forse solo pochi soggetti (tra i quali l’eminente scrittore di cui sopra) ambiscono ad alimentare, c’è un esercito di professionisti il cui lavoro viene declassato proprio da coloro che, avendo una voce forte e capace di raggiungere un vasto pubblico, avrebbero forse la possibilità di fare qualcosa di concreto a beneficio delle stesse categorie di cui fanno parte.

Da una parte sappiamo che la cultura in Italia vale 310 miliardi di impatto complessivo, dall’altra che il mercato editoriale (e, come è ovvio, mi riferisco soprattutto alla microeditoria e agli editori indipendenti) attraversa da anni una crisi che appare ormai strutturale. E’ davvero così necessario, allora, che ci si fregi del fatto che scrivere libri, fare il giornalista, esporre le proprie opere d’arte sia solo un hobby o, al massimo, una passione che attribuisce il senso ad un’esistenza?

Il paradosso è evidente: il sistema produttivo culturale e creativo genera un valore economico tutt’altro che trascurabile ma i lavoratori che lo alimentano sono tra i più sottopagati d’Italia. Questo squilibrio è già di per sé un argomento potentissimo per giustificare la necessità di interventi all’insegna di un ecosistema culturale più sostenibile e dignitoso. Perchè, allora, proprio chi ha fatto della cultura il proprio mestiere non riesce a pretendere che ad essa sia tributato il valore che merita?

Forse, se parlare di soldi diventasse la normalità per chi è in grado di farli e, dunque, di vivere per mezzo di essi con la cultura, potremmo sperare che un giorno, finalmente, potremo esclamare “Sì, io vivo di questo”.

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