Quello stelo di nome Lidia
18 Mar, 2025
Quando ho contattato Lidia (nome di fantasia a protezione della sua privacy) non avrei mai pensato che la sua storia mi avrebbe portata a scrivere queste righe.
Lidia, bellissima modella di 20 anni di origini lettoni, ha accettato con entusiasmo la mia proposta di seguirla durante una tipica giornata della settimana della moda milanese dove, impegnata tra un casting, un fitting ed una sfilata, avrebbe potuto mostarmi cosa significhi, davvero, essere una modella nel 2025.
Da parte sua, prima del nostro incontro, una sola domanda: “Perché? Perché ti interessa?”
Una risposta precisa la mia, l’unica alla quale avrei mai potuto pensare: “Ho l’impressione che il mondo della moda somigli per spietatezza al settore nel quale io sono cresciuta professionalmente, la finanza. Due ambiti molto diversi – lo so – ma le cui logiche sono molto più vicine di quanto si immagini”.

Tre giorni dopo ero a casa sua. Un nuovo messaggio di Lidia: “Dobbiamo passare un po’ di tempo insieme prima di correre da un capo all’altro della città”. Non ci conoscevamo, eppure già mi piaceva, quanto mi piaceva.
Quartiere di Porta Romana. Troppo facile, penso. E’ stato casa mia per molti anni e quella via avrei potuto percorrerla ad occhi chiusi per quanto mi risultasse familiare.
“Benvenuta a casa dei miei e sì, vivo ancora con loro, d’altronde non vedo nessuna buona ragione per andarmene via” mi accolse così, facendo roteare lo sguardo mentre pronunciava quelle ultime parole quasi ad indicarmi di osservare il lusso discreto che ci circondava.
Lidia lo era davvero, bellissima. Anche un po’ sfacciata, quasi altezzosa ma, soprattutto, era estremamente gracile: un fiore attaccato ad uno stelo talmente sottile da tenerti a distanza, nel timore che invadere il suo spazio significasse disperderlo al vento.
“Parlami un po’ di te, se vuoi” le dissi io con il più delicato dei sorrisi mentre mi accomodavo sul divano dal quale lei si era alzata come una cavalletta al mio arrivo.
“Sono nata a Milano da due genitori lettoni. Mio padre è uno di quei pezzi grossi della consulenza (si dice così, giusto?) e non fa che ripetermi quanto due semplici slide possano cambiarti la vita” – un sorriso amaro la avvolse mentre pronunciava la parola “padre” o forse questo fu solo quello che riuscì a percepire io. “E allora ci ho provato anche io, sai? Mi sono iscritta all’università, Bocconi – manco a dirlo – ma poi è bastato preparare il parziale di matematica perché tutto si inceppasse e lasciassi perdere. Che poi, a dir la verità, tu la vedresti una come me a dare gli esami di economia?”
Stavolta fui io a sorridere. Riavvolsi il nastro. Ero tornata indietro a quando, se non fosse stato per quel ragazzo napoletano seduto al secondo banco, forse avrei mollato anche io di fronte a quel parziale.
Al posto di rievocare platealmente quel ricordo dissi soltanto “Una come te può fare qualsiasi cosa, purché lo voglia davvero”.
“Mi piaci, giornalista”.
Di nuovo faceva capolino quella sua aria un po’ sfacciata, una ciocca di capelli neri le si era adagiata sulla spalla. Li portava sciolti, leggermente scarmigliati, come chi ritenga di potersi permettere di tutto, perfino quel tanto di trascuratezza.
“Ed è per questo che hai iniziato a fare la modella?” continuo io
“No, quello lo facevo già da prima, ho iniziato con mia mamma, facendo qualche catalogo. Anche lei era una modella: prima nel suo paese, poi qui a Milano, è così che lo ha convinto a trasferirsi qui?”
“Chi?”
“Mio padre. Lui pensava a Londra, diceva fosse più aperta, più internazionale ma “negli anni novanta la moda era tutta a Milano”. Almeno questo fu ciò che lei disse a lui per convincerlo.
“E a te piace? Intendo, ti piace essere una modella?”
“Come giochi bene con le parole, tu. Essere o fare. Non ci avevo mai pensato. La verità è che mi viene molto naturale e poi è la cosa migliore per tenerlo sotto controllo”.
“Tenere sotto controllo che cosa?”
“La mia ossessione, il mio disturbo come lo chiamano adesso”
Lo disse roteando di nuovo gli occhi ma stavolta, ne fui certa, non fu per indicarmi lo spazio circostante ma per invitarmi a distogliere lo sguardo da lei, un flebile lungo stelo che mi stava davanti.
L’equazione non presentava più incognite, la soluzione era lì. L’ossessione, il suo disturbo, era stampato su quel viso, in quell’espressione che mi risultava così familiare semplicemente perché l’avevo già scorta, identica, su volti a me molto vicini.
Me ne rimasi in silenzio, combattuta tra la voglia di alzarmi quasi scagliandomi contro di lei per una confessione tanto dolorosa quanto intima ed il desiderio di rimanere lì, grata per quell’attestato di fiducia e la necessità di dimostrare di poterla meritare.
Ancora una volta, lo stelo prese vita e quasi tremante proseguì: “Questo lavoro riesce a darmi la misura perfetta, è un termometro. E’ vero, non mi stacco dalla bilancia, dal pesare ogni caloria, dall’ansia della taglia 0, dei fitting, dal confronto continuo con le altre ma tutto questo è ciò che mi salva. Con una precisione chirurgica so quanto cibo debba contenere questo corpo per poter essere ancora lì, tra quella folla di ragazze che sperano di farcela, ognuno con la sua storia, ma tutte con la stessa, dannata, taglia 0”.
“Ho capito, sai. Questo lavoro ti rende sicura, certa di non cadere più, di non sprofondare in un baratro che senza misure perfette, centimetri da controllare sarebbe sempre più vicino. E’ una tortura ma è anche ciò che ti tiene ancorata, che non ti permette di cedere ai tuoi stessi istinti. So bene quanto sia profondo il dolore di chi crede che, per non affogarci dentro, sia comunque meglio tenerlo vicino. Anche fosse solo a ricordargli cosa lo aspetta al minimo cedimento”.
Ci scambiammo un lungo sguardo che nessuna delle due, però, stava davvero rivolgendo all’altra.
Il mio pensiero si allontanò di molte centinaia di chilometri, ripercorse a ritroso alcuni anni per poi planare su un’isola, la mia, in cui per la prima volta avevo visto quello sguardo vicino a me. Mi sembrava di poterla sentire ancora, una tensione palpabile, muta, quella che teneva tutti assorti attorno ad una tavola, fissando il piatto di pasta e contando i secondi tra una forchettata e l’altra. 1…2…3 e lei era ancora seduta lì, masticava lentamente, molto lentamente e piano piano riportava la forchetta alla bocca, ancora un altro boccone, piano, piccolo ma anche quello sembrava aver superato l’esame dell’ansia più oscura. Anni così, anni a mangiare in silenzio, contando mentalmente i secondi e sospirando, talvolta di sollievo, talvolta di dolore quando lo stomaco finiva sopraffatto da quell’ansia. Anni in cui, forse, sarebbe bastato dirle: “ce la farai e nel frattempo eccoci qui, attorno a questa tavola, solo per te”.
E poi quello sguardo, stavolta uguale a quello dello stelo che avevo davanti, lo avevo rivisto qualche anno dopo, su di lei, un’altra lei piena di bellezza e con un enorme buco al centro del cuore, una lei per la quale, probabilmente, avrei potuto fare di più, anche solo ricordarle che splendido fiore lei fosse, un fiore la cui unica colpa era quella di non credere di saper resistere al gelo dell’inverno.
Ripiombai su quel divano, a quel giorno, a quella strana confessione che ci aveva avvicinate pur avendo negato quello che era lo scopo iniziale di quella visita.
“Grazie Lidia, credo di averne abbastanza del tuo mondo della moda. Tu, però, non smettere di fare la modella o, se preferisci, di esserlo”.
Che ne pensi?
Lascia un commento qui sotto!
Lidia è una donna che conosciamo tutti.E’un racconto intenso.Mi ha emozionato tanto.
Ne sono felice! Scriverlo mi ha emozionato molto e dare voce a queste storie mi rende molto fiera.