Crans-Montana e cosa ci racconta dell’invidia sociale
“E’ solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io…che abbia potuto…trovare per tutto questo parole”
7 Gen, 2026
“E’ solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io…che abbia potuto…trovare per tutto questo parole”. Era il 2011 quando, dopo l’abisso del lutto, vedeva la luce il romanzo Caduto fuori dal tempo di David Grossman. Un romanzo che, l’autore di capolavori quali “Che tu sia per me il coltello” o “Qualcuno con cui correre” ha dedicato alla memoria del figlio morto. Rileggere quelle righe cariche di sofferenza mi ha ricordato, ancora una volta che se c’è una cosa che la letteratura aiuta a compiere è dare un corpo e soprattutto una voce al dolore, permettendone un’elaborazione che si rivela salvifica per chi legge e – soprattutto – per chi scrive.
Oggi che il dolore seguito ai fatti della notte di Capodanno a Crans-Montana appare insanabile, imbattersi in questo romanzo costringe – anche chi come me crede con fermezza nel potere lenitivo della scrittura – a vacillare.
Uno scossone che, in questo caso, non parla solo di giovani vite recise ma anche di un’umanità che sembra sia rimasta tale solo per nascita, avendone smarrito qualsiasi connotazione naturale.
Da giorni e forse prima ancora che le fiamme smettessero di ardere, sono state lette, ascoltate e commentate esternazioni come “cosa ci facevano quei ragazzini da soli alla loro età” oppure “se avessero fatto il capodanno a casa invece che andare nei posti dei ricchi non sarebbe successo nulla” e ancora peggio.
Frasi terribili che colpevolizzano le famiglie e le stesse vittime. Rei, dunque, di aver desiderato ciò che a Capodanno – e non solo – tutti vogliamo: momenti di leggerezza con le persone che amiamo. E poco importa se in una località sciistica patinata, nel paese dove molti ragazzi emigrati fanno ritorno per le festività natalizie o al bar sotto casa, a perseguitare tutti è sempre lei, lei che non tace nemmeno di fronte al peggiore dei lutti: l’invidia sociale.

Avremmo dovuto parlare di lavoro, io e Claudia, una collega giornalista che mi ha insegnato ben più di qualche trucco del mestiere. Inevitabilmente, dopo poche battute, la conversazione è scivolata sul terreno di profonda tristezza in cui sentivamo di trovarci entrambe.
Lei, madre di un’adolescente, mi ha aiutata ad elaborare queste riflessioni.
Sono bastate poche, semplici domande. Una confessione intima che merita di rimanere privata tranne che per un aspetto: la sua conclusione.
“Questo dolore che provi, che dici di respirare, lo senti così forte perché pensi che avresti potuto essere tu una di quelle mamme?” Le ho chiesto io.
“Sì, avrei potuto. Anzi, potrei esserlo ogni giorno. Ogni giorno che do il permesso a mia figlia di andare da questa o da quell’altra parte e ogni giorno in cui lei, per paura di un mio rifiuto, non mi dice realmente dove sia diretta. Ogni giorno in cui il coprifuoco si allunga di 15 minuti, dove il cellulare squilla con più insistenza ed io mi chiedo se quel ragazzo la tratterà bene e soprattutto se lei sarà in grado di capire qualora lui dovesse smettere di farlo. Ogni giorno in cui rientro stanca dal lavoro e desidererei un’altra vita, persino un’altra famiglia o – addirittura – di non averla proprio. Si, Marta, una di quelle mamme avrei potuto essere io perché quello è lo stesso ambiente in cui con attenzione e cura sto crescendo mia figlia, quelle le località in cui da sempre la portiamo in vacanza e quella è la vita che conosce e che le abbiamo insegnato ad amare”.
E a quelle persone a cui proprio l’invidia sociale ha fatto esprimere commenti crudeli, sufficienti a decretare una completa mancanza di umanità, vorrei dire che un domani quei ragazzi figli del privilegio potrebbero essere gli amici, i fidanzati, le fidanzate o i colleghi di università dei vostri figli che da una qualsiasi provincia italiana decideranno – come è accaduto a me – di abbracciare il loro futuro cambiando città. O forse no, perché oggi quei ragazzi, i futuri compagni di vita dei vostri stessi figli, non ci sono più.
Che ne pensi?
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Mi ha emozionato.
È terribile la disumanità di certi commenti frutto di invidia e arroganza.
Potrebbe capitare a tutte e tutti, in qualunque contesto, anche a chi commenta con tanta crudeltà.
Il privilegio, qui, non c’entra nulla!
La disumanità è l’altra faccia di questa storia di dolore.
Empatia e solidarietà sono concetti quasi estinti.
Provo una forte empatia nei confronti dei genitori di questi poveri ragazzi.Mi sono tanto commossa.Brava
L’unico sentimento che dovrebbe accompagnare questo dolore. Grazie di leggermi!
Semplicemente commovente.
Lo è stato anche scriverlo. Felice di aver suscitato delle emozioni e spero possano nascere riflessioni profonde su questi temi.
Complimenti Marta. Bel contributo.
Grazie Maria e benvenuta su questo spazio! Spero tu possa trovare sempre contenuti stimolanti.
Brava.Condivido le tue parole.Mi hai emozionato
Grazie!! Ne sono felice!
Molto appropriate le tue parole…come sempre d’altronde sai cogliere l’essenza, oltre la “patina”…che purtroppo è ormai la vita di molti…
Felice che le mie parole siano riuscite ad arrivare in profondità! Grazie!
Hai centrato il punto. Purtroppo penso sia un atteggiamento molto diffuso soprattutto in Italia: un latente senso di invidia verso chi sta meglio, indipendentemente dal fatto che se lo sia guadagnato con il lavoro o lo abbia per nascita. Si arriva ad una sorta di compiacimento per le disgrazie altrui, che purtroppo può arrivare fino a forme francamente disumane come in questo caso..
Analisi amara ma purtroppo non molto distante da ciò che vediamo in alcune situazioni. Ciò che dovrebbe unire – come il dolore – viene usato per creare ridicole fazioni e ulteriori spunti di divisione.