Come sta – davvero – il mercato del libro?
Analisi di fatti e numeri dal Salone del Libro - Torino
18 Mag, 2026
Maggio 2026.
Per chi, a vario titolo, fa o vorrebbe fare della letteratura il proprio “pane quotidiano” il Salone Internazionale del Libro di Torino rappresenta una colossale, bellissima illusione.
Per lo spazio temporale di cinque giorni, infatti, ti convinci che l’universo abbia la forma a te più cara: quella del libro.
Il Lingotto, Torino, diventa l’ombelico del mondo, centro di gravità permanente, La Mecca per i cultori della religione della lettura e, dunque, della scrittura – due facce della stessa medaglia.
Carovane di ragazzini distinguibili solo dal colore del berretto che sovrasta testoline curiose e ancora immuni dal richiamo dello smartphone. Orde di giovani che cercano di districarsi tra corridoi labirintici in cui, come Odisseo ed i suoi compagni di viaggio provavano a resistere al canto delle Sirene, ci si prodiga nel tentativo di non lasciarsi distrarre dal richiamo dello stand di Netflix & Co., mantenendo la barra dritta che, in questo caso, significa puntare lo sguardo verso il vero oggetto rivoluzionario: il libro.
Mandrie di adulti che in barba a quello che più volte è stato definito il “nuovo medioevo culturale” attendono pazientemente il proprio turno al firmacopie del loro ideale di celebrità: lo scrittore.
Io non lo so se quello del Salone sia davvero il migliore dei mondi possibili ma – di certo – non è il mondo della realtà.
La realtà, quella dei numeri, oggetti concreti, non opinabili, ci dice che il mercato del libro è stantio, asfittico, preda di oscillazioni che più che riflettere l’avvicinamento o meno del pubblico alla lettura, rappresentano il dispiegarsi di quella o quell’altra misura correttiva che rischia di lasciare ancora di più l’amaro in bocca dopo lo spegnersi dei suoi effetti.

E quindi bene gli incentivi alle biblioteche, i bonus alla cultura, quello ai giovani e a qualsiasi altra categoria a cui possa essere destinato del denaro da impiegare nella formazione e nell’informazione, ma cosa ne è stato dell’idea di un sostegno di lungo corso ad un settore che sembra sempre più lontano dall’idea di uscire dalla crisi e sempre più inclini a barcamenarsi tra le intemperie?
La saggistica viene descritta come un malato terminale e quanta paura faccia fare i conti con questa distorsione è difficile persino riportarla sulle pagine di questo blog.
Anche la narrativa, seppur goda di uno stato di salute migliore, non è certamente in ottimo stato di forma. Soprattutto non lo sono le novità, ahimè. Per una esordiente come me, questo è il dato con cui è più difficile fare i conti. Le nuove uscite, che siano prime opere o romanzi attesi di scrittori dalla notorietà consolidata, fanno fatica, moltissima fatica.
Che la colpa sia da rintracciare nell’eccessiva rotazione (turnover, che fa più figo!), dei libri o nel fenomeno del self-publishing o di una catena del valore poco efficiente che finisce con il penalizzare gli autori, il dato concreto, oggettivo, pesante come un macigno è che le novità pubblicate sono meno “performanti” (terminologia già di per sé orribili) rispetto al catalogo.
E allora, stante la realtà, non mi resta che fare un augurio al mio piccolo – per me grande – romanzo: Lunga Vita a “Le Strade Sbagliate”.
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