Il Rifugio delle Anime Affrante – Dopo
30 Mag, 2026
Maggio 2026.
E alla fine era accaduto davvero. Si erano rivisti. Quell’incontro aveva rispettato il pronostico che entrambi, ciascuno nel silenzio dei propri pensieri, aveva fatto.
Guardarsi di nuovo raccontandosi paure, affanni, gioie, sussulti…insomma, la vita degli ultimi venti mesi trascorsi lontani.
Marco ed il suo vizio di scandire il tempo in mesi. Un’abitudine che, da quando aveva accolto l’arrivo di Niko, non gli era mai passata.
“Sei diverso”
“Diverso in che senso, Vittoria?”
“Diverso dal Rifugio. Ti ricordavo con una sfumatura di grigio negli occhi ma forse era solo un velo di tristezza. Hai gli occhi nocciola, invece. Un colore caldo, familiare.”
“Nocciola come i tuoi. Occhi che, al contrario, ho sentiti di conoscere fin dal primo momento, quando mi hai aperto le porte del “Nido” – come lo chiami tu – e hai fatto entrare il mio dolore straripante. Occhi che mi sono rimasti familiari anche quando hai puntato le ginocchia sul pavimento di parquet – ricordi che volevi interrompermi già alla prima battuta? – e Monica ha dovuto strattonarti per riuscire a fermarti”.
Sembravano due amici che si erano salutati pochi giorni prima, ore, addirittura. Invece, non si erano più visti dopo quel risveglio triste e assolato. Vittoria desiderava rimanere da sola, disabituata alla compagnia, bramava il momento in cui il rifugio sarebbe tornato ad essere solo suo. Marco, al contrario, sarebbe rimasto lì ancora a lungo, settimane – forse – pur di non dover affrontare il vuoto della perdita. Infatti, confessandosi a quel pubblico scarno e attento, aveva capito che no, Lei non sarebbe tornata, almeno non come avrebbe desiderato lui.
Completamente. Senza remore e senza sforzo, come se quella fuga con Niko, l’abbandono della loro casa, fosse stato solo un sogno. Una scheggia impazzita che non avrebbe minato le fondamenta del loro amore.
“E poi, poi com’è andata?” gli chiese Vittoria. Sapeva che Marco non avrebbe scambiato per morbosa curiosità quello che proprio la quiete assordante del Nido aveva trasformato in un legame senza storia ma con un potenziale tutto da scrivere.
“Poi…poi è tornata. Lo ha fatto ma non era più lei, non eravamo più noi. Hai presente quella storia dei vasi giapponesi? Il “Kintsugi” o una roba simile”.
“Sì, riparare con l’oro”
“Cazzata. Non importa quanto sia spessa e lucida la pasta con cui cerchi di incollare i pezzi: l’integrità è perduta per sempre. Abbiamo smesso di essere integri e smussare i nostri spigoli con l’oro non è bastato.”
“Immagino che l’oro di cui parli sia Niko”
“Niko mi ha fatto capire una cosa fondamentale. Per la prima volta, grazie a lui, ho realizzato che non sono immortale. Credo non esista regalo più grande di questo. Così, ho trasformato questa consapevolezza in quotidianità ed ho deciso di lasciare Milano, insieme a lui. Argentina, lui ed io, da soli. Lei, la madre è d’accordo, aveva dei desideri da esaudire e pensa che questo sia il momento giusto per provare a farlo. Uno, due anni al massimo e torniamo. Sai, poi inizia la scuola…”
“E ai bambini serve stabilità…lo so” concluse Vittoria.
“Ricordi come ci siamo lasciati. Io e te…intendo?” le chiese, stavolta, Marco.
“Ti riferisci a quell’interrogativo rimasto sospeso tra di noi? Quella domanda a cui ho scelto di non dare risposta fino a quando il sonno ci ha vinto e, avvolgendoci, ha portato le nostre mani ad avvinghiarsi l’una all’altra, consapevoli che solo aggrappandoci a qualcosa saremmo riusciti a non annegare?”
“Sì, Vittoria, proprio quello. Oggi, come allora, non ho paura di chiedertelo e di confessarti che spero in un esito diverso”.
“Sai, quella notte mi è mancato il coraggio o, forse, avevo solo paura di ammetterlo veramente. Urlare ad uno sconosciuto che non sapevo come fare, lasciarlo andare, temendo che sarebbe sparito davvero. E quindi rimanevo aggrappata a qualcosa, fosse anche il dolore, pur di tenerlo lì, ancora un po’, nella mia vita. Non siamo più dentro quella notte e anche se ho ancora molte paure, ho scelto da quali non lasciarmi soffocare. Sì, Marco, ho lasciato andare. L’ho lasciato andare. Prima, però, l’ho portato con me nelle strade sbagliate per poi capire che non tutti i percorsi che iniziano in due sono destinati a concludersi allo stesso modo”.
“E alla fine com’è andata? Com’è andata con le strade sbagliate”?
“Chi lo ha detto che siamo alla fine?”
In bocca al lupo a chi Marco lo ha ispirato. Mi hai regalato, senza saperlo, alcune delle pagine più belle del mio romanzo.

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Che sia un anticipo di “To be continued” 😊
Chissà…grazie di leggermi sempre <3
Complimenti cara per il tuo romanzo.Marco uno dei miei personaggi preferiti.Lui ,Niko e l’Argentina ….
Grazie cara Lella, spero che continuerai a seguire con passione ed entusiasmo la mia scrittura!