Meno week, più Milano

Meno week, più Milano

6 Ott, 2026

“Tutto ciò che incontro (una persona, un libro, una storia, due occhi) e che si annida proprio lì, proprio solo dove le parole riescono ad arrivare. Nella convinzione che solo scrivendone alcune cose siano in grado di prendere una forma o, forse, un senso.”

In principio fu la Fashion Week o – meglio – in principio furono quattro fashion week.

Poi arrivò la Design Week e, all’improvviso, scoprimmo che Milano poteva essere molto bella in Aprile, addirittura la versione migliore che questa città sembrava potesse offrire.

“Milan l’è on gran Milan” – ne eravamo davvero tutti convinti. Perfino quando, schiacciati come sardine, ci addentravamo in zona Tortona o quando, eccitati per l’ennesime tote bag in omaggio, aspettavamo per ore di potercene accaparrare una, formando una lunga fila talmente ordinata da destare i sospetti dei turisti che mormoravano tra loro: “they can’t be Italian“.

Poi, come accade con tutte le magie, anche questa è tramontata. Non per disinteresse, entusiasmo sopito o improvvisa noncuranza ma per l’angosciante bulimia dentro la quale siamo caduti.

Wine, Piano, Sport, Wellness, Book, Beauty. Un calendario scandito da una week dietro l’altra che in comune non hanno solo i vituperati inglesismi (a quanto pare, fa figo) ma anche (e soprattutto!) l’alzata di sopracciglio con cui vengono accolte dai cittadini.

Sì, i cittadini: quelli sempre più distanti dall’idea di comunità, quelli che, al massimo, riescono a vivere il proprio quartiere, perpetuando un’idea frammentata di spazio che a me rimanda allo stesso concetto di parzialità che queste week (chiamiamole settimane, suvvia!) applicano al tempo.

Il risultato di questa parcellizzazione è la distanza, talvolta incolmabile, tra le persone e la città: quella Milano che ci ha accolti, oggi sembra non volerne più sapere di noi, noi comuni mortali.

***

Anni fa, molti anni fa, avevo un fidanzato che aveva ricevuto la chiamata: lasciare la Sicilia per una internship a Milano. Io, all’epoca una liceale di provincia piena di aspettative verso la sfavillante città, lo guardai partire entusiasta, quasi gelosa per le innegabili opportunità che lo attendevano.

Immaginate il mio stupore quando, dopo soli sei mesi, lo vidi fare ritorno sull’isola. Nessun amore di patria, nessuna mancanza degli affetti. Semplicemente aveva capito in poche settimane quello che molti comprendono in anni: Milano non si adatta a tutti, non è la “taglia unica” tra le città italiane, non è come “il nero che sta bene su tutto”.

Milano sa essere crudele come una taglia XS, è quel colore che può arrivare a mortificare l’incarnato e mostrare tutto ciò che del nostro corpo vorremmo cambiare.

E, se è vero che gli anni vissuti a Milano sono stati una crescita continua, un percorso in salita che mi ha permesso di toccare le vette più alte, una strada di cui non ho ancora chiara la meta ma non ho più dubbi sulla direzione da seguire, è altrettanto vero che oggi, la mia Milano, faccia sempre più fatica a ritrovarla.

Così anche io mi rintano spesso nel mio quartiere, frequento gli stessi posti, evito le tue weeks incurante di qualsiasi cosa vi ruoti attorno e mi chiedo se, dopo avermi dato il mio Nido, adesso davvero tu mi voglia spingere ad abbandonarlo.

Proviamoci, allora. Stringiamo un patto tacito: in fondo, l’unica cosa che davvero chiediamo è che tu torni, almeno un po’, a mostrarci il volto di cui ci siamo innamorati, il volto della partecipazione, quell’idea – finalmente – di aver trovato un posto capace di accogliere le nostre aspirazioni.

E quindi, cara Milano, che ne dici di meno week e di più interezza?

Che ne pensi?

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